| Non si deve morire per vivere |
| di Daniele Gaglianone |
| Nazione: Italia; Anno: 2005; Regia: Daniele Gaglianone: Soggetto: Daniele Gaglianone; Fotografia: Luciano D’Onofrio; Montaggio: Luciano D’Onofrio; Interpreti: Cinzia Franza, Daniele Stella, Paolo Randi; Produttore: Pier Milanese; Casa di roduzione: INDEX; Formato e durata: video, col., 35’
Sinossi Non si deve morire per vivere è la testimonianza della coraggiosa e tenace lotta di Benito Franza e Albino Stella per rendere pubblica la malattia contratta sul luogo di lavoro, la fabbrica di coloranti Ipca di Cirié. L´assenza di misure di prevenzione e di tutela, il quotidiano contatto con sostanze tossiche e nocive è stata la causa di morte di numerosi operai: dalle parole dei figli delle vittime si ricostruisce un tassello della storia economica e sociale del nostro Paese, che si intreccia saldamente con tante storie private spezzate dalla malattia, che molti vogliono dimenticare.
Commenti Ci sono persone legate da un sottile filo che le accomuna nella tenacia e nell´impegno, persone che loro malgrado hanno cercato di resistere alla sofferenza, tentando di trovare un senso a ciò che stava loro succedendo e provando magari a ottenere giustizia, per se e per gli amici intorno a loro, per la comunità intera. Il cinema documentario ci ha portato spesso a contatto con il racconto delle loro storie, è sufficente ricordare il nome di Gabriele Bortolozzo che decise di denunciare le terribili condizioni di lavoro nel petrolchimico di Porto Marghera, storia raccontata splendidamente da Paolo Bonaldi. Ecco allora che questo filo ideale mette oggi in contatto Gabriele Bortolozzo con altri due uomini, lontani geograficamente ma simili nel coraggio e nella tragicità delle vicende vissute: Albino Stella e Benito Franza, ex operai dell´IPCA di Ciriè. Il film di Daniele Gaglianone contribuisce con delicatezza ed attenzione a farci conoscere la loro storia e quella dei loro compagni. “Li chiamavano i "pissabrut", gli urina rosso, Erano i lavoratori dell´IPCA di Cirié, che produceva colori. Brutti colori, cattivi colori, fatti con sostanze come la beta-naftilamina (benzidina) che uccidevano gli operai, che procuravano cancri alla vescica. Era il 1922, gli anni bui per la sicurezza del lavoro, dove si moriva come mosche. Ma la "fabbrica della morte" di proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano crebbe grazie alle aniline lavorate e le malefatte lì dentro si moltiplicarono fino a che, nel 1968, due operai Albino Stella e Benito Franza ci vollero vedere chiaro. Loro che, dopo essersi licenziati, scoprirono che la malattia li stava pian piano uccidendo, ebbero il coraggio di ribellarsi al sistema dell´IPCA e, armati di taccuino, cominciarono l´indagine nei cimiteri della zona, annotando i nomi di tutti i compagni di lavoro morti. Ne risultarono la bellezza di 134 solo dal 1968 al 1972, anno in cui presentarono denuncia contro la fabbrica. Con la loro preziosa testimonianza iniziò così un processo che portò, nel 1977, alla condanna a sei anni di carcere per omicidio colposo i titolari e i dirigenti dell´azienda. Da una ricerca dell´INAIL, le vittime di tumori alla vescica tra gli ex dipendenti dell´IPCA risultarono essere 168. In seguito a questa vicenda e alle mutate condizioni di competitività commerciale, l´IPCA fallì e cessò definitivamente l´attività nell´agosto del 1982. "E´ una memoria scomoda, che da fastidio a tanta gente quella delle morti all´IPCA. - dice oggi la figlia di Benito Franza, Cinzia - C´è ancora, forse, un senso di colpa nella coscienza di qualcuno". Sì, perché le malefatte che avvenivano in quella fabbrica sono state vissute dagli operai con un senso di impotenza, ma anche con una sorta di silenzio e connivenza delle istituzioni dell´epoca anche davanti a relazioni raccapriccianti come quella della Camera del Lavoro di Torino del 1956 nell´ambito dell´inchiesta parlamentare sulle condizioni di lavoro in fabbrica che diceva che all´IPCA "L´ambiente è altamente nocivo, i reparti di lavorazione sono in pessime condizioni e rendono estremamente gravose le condizione stesse del lavoro. I lavoratori vengono trasformati in autentiche maschere irriconoscibili. Sui loro volti si posa una pasta multicolore, vischiosa, con colori nauseabondi e, a lungo andare, la stessa epidermide assume disgustose colorazioni dove si aggiungono irritazioni esterne" non si ebbe nessuna reazione o emozione registrabile a carico dell´Ispettorato del Lavoro o dell´ENPI e degli addetti ai lavori (il solito medico di fabbrica, competente anche delle asbestosi delle fabbriche di amianto e ben introdotto nel potere locale, l´Università che nel fare ricerca, non sganciata ma a dispetto della prevenzione, si preoccupa molto di rispettare la "privacy" dell´IPCA). Unica e strabiliante eccezione è rappresentata dall´INAIL che nel corso degli anni ´50, con atto a se stante, chiede al datore di lavoro la triplicazione del premio assicurativo per gli infortuni e le malattie professionali evidentemente calcolato all´origine in maniera troppo sfavorevole per l´ente assicuratore. Anche l´indagine promossa in alcune fabbriche ed anche all´IPCA nel 1967 dall´Assessorato all´igiene e sanità della Provincia di Torino rimane senza conseguenze. Questo caso di Ciriè fu la pietra miliare che diede il via a nuove legislazioni nell´ambito della sicurezza del lavoro fino ad arrivare alla normativa europea numero 626 o il decreto 25 del 2002 sui rischi chimici. Dopo la bonifica e il successivo acquisto da parte del Comune di Ciriè di quell´area dell´ex IPCA, oggi si parla del progetto "I colori della vita", cioè di una struttura polifunzionale che preveda un´area museale, un´altra area per la ricerca e la formazione ambientale con laboratori didattici e informativi per le scuole, un sito per la comunicazione e l´espressione artistica (area convegni, cineforum sui temi del lavoro e della sicurezza) e il settore ricerca dell´ARPA e quello dell´INAIL. Sono già stati avviati una serie di Laboratori di trasformazione artistica, veri "cantieri di sperimentazione". Il primo di questi cantieri di sperimentazione ha avuto, come artista incaricata, Claire Roudenko Bertin, docente presso l´Ecole Nationale Supérieure d´Art de Cergy-Paris con il coinvolgimento delle strutture dell´Accademia Albertina di Torino. Non dunque un mausoleo di vecchi ricordi all´ex IPCA ma un luogo della memoria "perché ci si ricordi -conclude Cinzia Franza - che anche oggi nelle fabbriche del Terzo mondo, con i colori tossici dei prodotti "made in India o Taiwan", si continua a far morire altra gente in altri Paesi del mondo. E´ come se l´IPCA di trent´anni fa si fosse trasferita là, nel sud del mondo”. dalla rivista CARTA del 10/10/2002 La fabbrica della morte di Davide Pelanda
L’autore Daniele Gaglianone (Ancona, 1966) è uno dei nomi di spicco del giovane cinema italiano. Collaboratore fin dai primi anni Novanta dell´Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, si dedica parallelamente alla realizzazione di cortometraggi, facendo tesoro dell´esperienza acquisita selezionando materiale di repertorio e realizzando interviste in video. La lotta partigiana è, per Gaglianone, una costante che assume tratti estetici e morali allo stesso tempo: le poche immagini realizzate da testimoni diretti della Resistenza influenzano largamente la sua idea di cinema. Dopo avere esordito con La ferita, realizza La violenza nemica, L´orecchio ferito del piccolo comandante, E finisce così e numerosi altri brevi lavori, prima di approdare al lungometraggio, nel 2000, con I nostri anni, definitivo omaggio alla Resistenza, presentato in concorso al Torino Film Festival e a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs (2001). Nel 2004 è presente alle Giornate degli autori, durante la 61ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, con il suo secondo film Nemmeno il destino, che gli vale, nello stesso anno, anche il Premio A.I.A.C.E. |
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| Daniele Gaglianone |
| Foto del regista |
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