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La barca č piena
1981, di Markus Imhoof

Regia, sceneggiatura: Markus Imhoof; soggetto: dal romanzo di Alfred A. Haesler; fotografia: Hans Liechti; montaggio: Helena Gerber, Fee Liechti; interpreti: Tina Engel (Judith Krueger), Hans Dìehl (Hannes Krueger), Martin Walz (Olaf Landau), Curt Bois (Lazar Ostrowskij), Ilse Bahhrs (Frau Ostrowski ), Gerd David (Karl Schneider), Mathias Gnádinger (Franz Flueckiger), Michael Gempart (Landjáger Bigler); produttore: Limbo Film AG; distribuzione: Cineteca Lucana; titolo originale: Das Boot ist voll; origine: Svizzera; anno: 1981; durata: 103´.

Il film
Agosto 1942. Un gruppo eterogeneo di perseguitati dalla Germania nazista, composto da cinque ebrei e un disertore tedesco, riesce a rifugiarsi in un piccolo borgo in Svizzera. Un decreto federale nega però il diritto d´asilo politico alle vittime delle persecuzioni razziali, se non in particolari condizioni: possono entrare nel paese soltanto se costituiscono un gruppo familiare con un bambino di meno di sei anni. I fuggiaschi vengono dapprima ospitati da una donna ma poi suo marito chiama la polizia. Da questo momento inizia una tragica commedia che vedrà i fuggiaschi scambiarsi i ruoli e i nomi per non essere riconsegnati ai nazisti. Fingeranno di essere una famiglia: l´anziano signore sarà il nonno dei due bambini, la donna la madre, il disertore il padre e il ragazzo il disertore. Ma nonostante l´ingegnosa trovata resta ancora un´incognita non determinabile dagli esuli: la disponibilità o meno degli abitanti del piccolo villaggio ad aiutarli.

Sulla spietatezza del nazismo e magari dei paesi occupati dal nazismo, molto è stato scritto e girato per lo schermo. Sulla spietatezza dei paesi neutrali ben poco, specie nel cinema. Questo relativo silenzio si deve in gran parte alla ferma ostilità dimostrata da molti di quei paesi verso il razzismo, ciò metteva in ombra il fatto che quegli stessi paesi non andavano esenti dalla mentalità xenofoba e nazionalista che era dopo tutto all´origine lontana dell´antisemitismo. In pratica, in quegli anni terribili fu messo alla prova il grado di cristianizzazione dell´Europa. In molti casi, purtroppo, la prova fallì. La barca e piena di Markus Imhoof racconta un episodio di questo fallimento, precisamente in un paese neutrale come la Svizzera che ha nella sua storia le più antiche tradizioni di impegno cristiano. Il film racconta il caso di un gruppo di profughi che, dopo essere fuggiti da un treno che li portava dritti dritti al campo di sterminio, riescono ad entrare clandestinamente in Svizzera. Del gruppo fanno parte un vecchio, un bambino, una bambina, una donna, un ragazzo, tutti ebrei, nonché un soldato tedesco disertore. Essi non sono parenti tra di loro e questo è il problema che debbono risolvere per restare in Svizzera, perché, secondo le leggi elvetiche, essi possono penetrare nel paese soltanto se costituiscono un gruppo familiare con un bambino di meno di sei anni. In caso diverso la legge è inflessibile: «I rifugiati solo per motivi razziali, per esempio gli ebrei, non sono considerati rifugiati politici e sono dunque senz´altro da respingere». Il gruppo di fuggiaschi approda nella trattoria di un borgo e subito la loro presenza divide gli animi. C´è chi vuole aiutarli, c´è chi vuole ignorarli, c´è chi vorrebbe denunziarli e farli estradare, c´è chi vorrebbe semplicemente che se ne vadano dal borgo. In generale la popolazione è favorevole alla loro permanenza in Svizzera nella misura in cui il gruppo ha meno a che fare con essa. Infatti il contegno più oscillante e contraddittorio è tenuto appunto dal proprietario della trattoria e da sua moglie costretti direttamente dalla presenza stessa dei fuggiaschi a impegnarsi in decisioni irreversibili. Va a finire che il gruppo organizza una specie di recita per sfuggire all´estradizione: il vecchio si dichiarerà il nonno dei due bambini, la donna la madre, il disertore il padre. Il ragazzo, invece, si fingerà disertore indossando la divisa dell´esercito tedesco: la legge prevede infatti che i disertori non possano venire estradati. E tutto andrebbe forse bene senza l´imprevisto del carattere di Peter Bigler, il gendarme, carattere crudele, zelante, rigido. Ma si tratta davvero di un imprevisto? Oppure invece di qualcosa di prevedibile dato le norme emanate dalle autorità e lo stato d´animo della popolazione per quanto riguarda il problema dei profughi? La commedia straziante della finta famiglia naufraga così contro lo scoglio dello zelo spietato di Bigler; i fuggiaschi vengono smascherati e respinti alla frontiera per essere consegnati alle autorità tedesche che li spediranno direttamente ai forni crematori. Il film è un analisi molto sottile e molto intensa del nazionalismo, diciamo così, "cantonale". Imhoof eccelle in una rappresentazione molto sfumata e graduata che va dall´individuale al comunitario e da questo al nazionale. Come dire che Bigler, il fattore, la moglie e pochi altri personaggi simboleggiano il villaggio e il villaggio simboleggia la Svizzera. A loro volta i profughi, con le loro false parentele e la loro atomizzazione simboleggiano la sorte delle masse disperse dalla persecuzione razzista. Gli interpreti, tutti molto bravi secondano la regia esatta, analitica, puntigliosa. In particolare, bisogna ricordare Renate Steigner e Mathias Gnaedinger che sono il fattore e la sua moglie, Michael Gempart che è il gendarme, Tina Engel che è Judith.
(Alberto Moravia, Un villaggio come metafora di una nazione, «L´Espresso»)

La barca è piena racconta le vicissitudini di sei persone, cinque ebrei dell´Europa centrale e un disertore tedesco della Wehrmacht, riuniti dal caso, che nell´estate del 1942 riescono a mettersi in salvo in territorio svizzero. Non sanno ancora che i criteri razziali non bastano da soli, secondo le leggi elvetiche allora in vigore, a garantire lo statuto di rifugiati politici. Tre di loro, un vecchio, una donna e un bambino, tutti ebrei, saranno riconsegnati ai tedeschi in un posto di frontiera. Il tema centrale non sono gli ebrei, ma gli svizzeri, il loro comportamento davanti alla tragedia che li circonda e li sfiora. Interessa a lmhoof esporre le motivazioni personali con cui questi svizzeri di un villaggio – gente del popolo, contadini, piccoli funzionari – sono pro o contro i rifugiati, cioè gli stranieri e in particolare gli ebrei. [...] Imhoof conosce Brecht, e fa anche un discorso di analisi politica, e lo appoggia alle statistiche. Nel settembre 1939 i rifugiati politici nella Confederazione Elvetica erano 7.100. Erano 8.300 al 31 luglio 1942 quando, ritenendo che si fosse raggiunto il massimo sopportabile dell´ospitabilità, il Consiglio Federale diffuse il concetto della «barca piena». «In nessun momento durante la guerra – ha scritto Alfred Hässler in un libro che ha lo stesso titolo del film – i rifugiati superarono un quarantesimo della popolazione svizzera così che di un chilo di pane, ne mangiavano soltanto 25 grammi». Secondo dati ufficiali, tra l´agosto 1942 e l´aprile 1945 furono riaccompagnati al confine 9.751 profughi. Quante migliaia di altri non riuscirono a entrare, quanti non sono compresi nelle statistiche ufficiali? Il film di Imhoof suggerisce che questa politica fu possibile perché una larga parte della popolazione l´appoggiava. Raccontato con un ritmo che non lascia respiro, ma che dà il giusto spazio all´analisi del comportamento e delle psicologie, La barca è piena è recitato da un´ottima compagnia di attori. Bisogna citare almeno Tina Engel, già incontrata in Il tamburo di latta, e l´ottantenne Curt Bois, che negli anni Venti recitò con Reinhardt.
(Morando Morandini, Fare un film sul passato che parli anche del presente, «Il Giorno»)

La barca è piena è diventato un piccolo classico nella filmografia dellOlocausto. Si è imposto come un film sorprendente perché rovescia il luogo comune della Svizzera paradiso dei rifugiati, che ci portavamo dietro in maniera acritica da L´ultima speranza (1945) di Leopold Lindtberg. Basandosi su documenti d´archivio, Imhoof ci svela che quella svizzera fu spesso carità pelosa e a volte, nei confronti degli ebrei poveri, mancò del tutto fino a risolversi in una serie di complicità nellorrendo disegno della soluzione finale. Markus Imhoof ha fatto unoperazione notevole sotto un duplice profilo: quello della cronaca e quello della metafora. Sul piano cronachistico, fenomeno curioso per un autore che all´epoca stava nascendo, La barca è piena ritrova il passo ed il respiro della realtà, la capacità di registrare la fenomenologia della vita quotidiana, gli eventi minimi, i tic psicologici, tutto annotato con una schietta naturalezza che non esclude le sfumature di commedia. La trama degli egoismi, che emerge dalla vicenda in maniera paradossalmente esemplare, ci avvia alla seconda lettura, quella metaforica, che è forse la vera motivazione del successo di un film simile ai nostri giorni. In fondo, gli svizzeri di Imhoof siamo noi di fronte ai diseredati di tutto il mondo. Pronti a ripetere «la barca è piena» quando ci minacciassero invasioni di profughi mossi dalla fame o dalle persecuzioni politiche.
(Tullio Kezich, Sei personaggi senza pace, «La Repubblica»)

I cittadini svizzeri del film di Imhoof non sono uno specchio di generosità e di altruismo: amanti del quattrino, gelosi delle provviste alimentari stivate, diffidano di questi disgraziati e caricano sugli ospiti ogni ombra. La barca è piena non è la traduzione in nero della storia che Lindtberg aveva narrato con altre tinte nel 1945, e non è nemmeno un film che si ingegni ad attizzare lo scandalo, appannando l´immagine di una Svizzera neutrale, ma anche tradizionalmente asilo di ferventi patrioti ricercati dalla polizia austriaca o di antifascisti. Imhoof spolia i suoi compatrioti di ogni bonomia e di ogni slancio solidaristico e li fotografa, così come li hanno fotografati Dürrenmatt e Fnisch, attaccati ai propri egoismi e al tornaconto personale.
Imhoof non si è prefisso lo scopo di avventurarsi in una revisione demistificane storiografica. Il periodo bellico è una facciata, di cui il regista fa impiego per drammatizzare il film ma anche per denunciare una cancrena ancora attuale: la diffidenza, l´odio, l´inamicizia per la diversità. Questa è la macchia dei rifugiati in La barca è piena; questo è il reato che i cittadini elvetici addebitano agli emigranti, non paghi di sfruttarne le fatiche.
(Mino Argentieri, La diffidenza, l´odio, l´inimicizia, «Rinascita»)

L´autore
Markus Imhoof nasce nel 1941 a Winterthur in Svizzera. Dopo aver seguito corsi di cinema tenuti da Kurt Frúh e aver studiato storia e tedesco a Zurigo, nel 1974 esordisce come regista televisivo con il film Fluchtgefahr, a cui segue nel 1979 Tauwetter. Due anni dopo scrive e dirige La barca è piena, vincitore dell´Orso d´Argento e numerosi altri premi al Festival di Berlino e candidato all´Oscar per il miglior film straniero nel 1982. Tra il 1986 e il 1997 dirige ancora tre film, tutti inediti in Italia: Die Reise (1986), Der Berg (1990), Flammen im Paradies. Nel 1991 partecipa alla realizzazione del documentario Les films du cinéma suisse. Nel 1999 ha scritto la sceneggiatura del film Zornige Kusse.

La barca č piena
di Markus Imhoof
 
 
 

 
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