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Il generale Della Rovere
1959, di Roberto Rossellini

pr. Moris Ergas per Zebra Film (Roma)S.N.E Gaumont (Parigi), 1959; regia Roberto Rossellini; sogg. da un racconto di Indro Montanelli; scen. Sergio Amidei, Diego Fabbri, Indro Montanelli; dir.fot.Carlo Carlini; mus. Renzo Rossellini; scg.e co. Piero Zuffi; ass.scg. Francesco Ciarletta; ass.co. Vera Marzot; arr. Elio Costanzi; d.pr. Paolo Frascà; a re. Philippe Arthuys, Renzo Paolo Rossellini, Giovanni Brass; ass.re. Zehef Avazelet; op. Luigi Filippo Carta; i.p. Manolo Bolognini; Gianni Cecchin; fo. Ovidio Del Grande; distr. Cineriz. Reg. Cin.co2.169; dur. 133´ int. Vittorio De Sica (Giovanni Bertone/falso gen. Della Rovere), Hannes Messemer (col. Muller), Vittorio Caprioli (Aristide Banchelli), Nando Angelini (Paolo), Herbert Fischer (Walter Hageman), Mary Greco (madama Vera), Bernardino Menicacci (secondino), Lucia Modugno (partigiana), Luciano Pigozzi (un detenuto), Giuseppe Rossetti (Fabrizio), Linda Veras (sig. tedesca), Kurt Polter (aiutante di Muller), Leopoldo Valentini (Giuseppe Di Castro), Kurt Selge ( maresciallo tedesco a San Vittore), Franco Interlenghi (Pasquale Antonio), Esther Carloni (cameriera del postribolo), Gianni Baghino (Scalise), baronessa Bazzani (contessa Bianca Maria Della Rovere), Roberto Rossellini (un signore nella sala d´attesa della “Kommandantur”), Armando Annuale, Lina De Rossi, Clarissa Corner, Peter Boom, Piero Pastore (un detenuto), Anne Vernon (Carla, la vedova Fassio), Sandra Milo (Olga), Giovanna Ralli (Valeria).

Il personaggio principale del film (G. Bertone) visse realmente, ma pare che quanto narrato da Rossellini si discostasse di molto dalla verità storica: i familiari del signore in questione, infatti, intentarono causa al produttore per diffamazione. Il film fu girato tutto in interni. Premio Leone d´Oro (ex aequo con La grande guerra) e premio O.C.I.C. Alla XX Mostra del Cinema di Venezia. Premi al film, al regista, al protagonista (De Sica), a Messemer e al soggetto al III Festival di San Francisco (1959). Nastro d´argento per la migliore regia. David di Donatello alla Zebra film (1960).

Al tempo dell´occupazione tedesca un truffatore, certo Bertone, che è sempre vissuto di espedienti, viene arrestato dalle S.S. : è accusato di essersi fatto versare delle somme di denaro dai parenti dei fucilati e deportati, vantando inesistenti aderenze presso il comando tedesco. Ora lo stesso Bertone è esposto al pericolo di essere fucilato; ma all´alto ufficiale che lo interroga viene l´idea di valersi, per i suoi fini, dell´abilità dimostrata dall´imputato nel tessere imbrogli. Gli offre quindi la libertà se acconsente ad entrare nel carcere di San Vittore fingendo di essere il generale badogliano Della Rovere, così da poter raccogliere le confidenze dei prigionieri politici ivi detenuti e procurare alle S.S. preziose informazioni. L´imbroglione accetta, ma vivendo accanto a degli autentici valorosi, durante giorni di ansie mortali e notti di terrore, Bertone poco a poco si trasforma e si redime. Non tradisce i suoi compagni ed insieme ad essi muore da eroe, vittima di una rappresaglia.

“Per quasi un´ora il film è splendido per nervosità di racconto, stringatezza di ritmo, precisione e complessità di psicologia. Ne nasce un personaggio ricco di contraddizioni e di ambiguità come è la vita; della volubilità del pregiudicato Bertone Grimaldi, Rossellini fa la chiave, il leit-motiv del suo eroe, quella che lo porta, senza le sopraffazioni della retorica né le violenze di un discorso programmatico, a farsi fucilare. La felicità narrativa di questa parte si rivela anche attraverso il nitore e la verità dei personaggi marginali (cioè nel rifiuto del macchiettismo). È nella seconda parte, quando si stringono i nodi narrativi, che il motore del film perde qualche colpo; è prolisso, ha qualche sbavatura, fatica a raggiungere quel pathos che dovrebbe concludere l´arco del racconto.” Morando Morandini, La notte, 31/8/1959

“La sua (di Vittorio De Sica) è davvero una interpretazione perfetta che cancella di colpo il ricordo delle sciocche macchiette cui egli sembrava essersi adattato e rassegnato negli ultimi tempi. Nella sua recitazione non c´è ombra di istrionismo in più di quanto il personaggio necessiti, non c´è un attimo di distrazione o di sfasamento. Tutto è sofferto con la forza di emozioni che vengono davvero dall´intimo. Gli sta di fronte un altro attore poderoso: Hannes Messemer, che dà pieno rilievo alla figura del colonnello Muller dipingendone con magnifica lucidità la natura non stupidamente violenta (in fondo i tedeschi di Il generale Della Rovere non sono più quelli di Roma città aperta), ma raffinata e sinistra nella sua raziocinante, implacabile, impersonale lucidità.”
Guglielmo Biraghi, Il messaggero, 31/8/1959

“A contatto di nuovo con la dolente realtà italiana degli anni dell´occupazione tedesca, il regista ha ritrovato intatto quel suo portentoso dono di trasfigurazione della cronaca in termini di verità fantastica, traboccante di impegno umano. Nella drammaticità scarna e potente de Il Generale Della Rovere, abbiamo ritrovato (specie nelle sequenze milanesi del racconto – chè in quelle genovesi è vagamente avvertibile la forzata ricostruzione scenografica in teatro di posa, altro procedimento insolito per il regista-) la facoltà, ben rosselliniana, di evocazione prodigiosamente e angosciosamente autentica di un clima (quella città squallida e livida nella nebbia, animata dalle presenze sinistre); abbiamo ritrovato – nella seconda metà della narrazione , ambientata a San Vittore – la sua capacità di condurre le vibrazioni umane fino ad un diapason tragico, sempre dominato da una asciuttezza virile: si vedano le scene in cui i detenuti protestano per il trattamento riservato ad un loro compagno ammalato e per la tortura subita dal generale; si veda soprattutto la mirabile scena conclusiva della fucilazione, così rapida (forse anche troppo) e spoglia, scena che è analoga e pur tanto diversa , nella sua asciuttezza, nel suo stesso clima meteorologico ed ambientale, da quella che conclude Roma città aperta.”
Giulio Cesare Castello, Bianco e Nero, 1959, 11, pp.13-14.

Il regista
Roberto Rossellini nasce a Roma, l´8 Maggio del 1906. Dopo la licenza liceale si dedica a diverse attività, sempre in ambito cinematografico, come: scenotecnico, montatore e poi sceneggiatore e regista di documentari. Diresse dal 1936 al 1940 alcuni documentari per l´Istituto nazionale Luce.
Del 1941 è il suo primo lungometraggio, La nave bianca, girato con attori non professionisti. In quegli anni realizza un paio di film con scarso successo di pubblico: Un pilota ritorna (1942) e L´uomo della croce (1943). Nel 1944-45, l´uscita di Roma città aperta segna l´inizio del Neorealismo. Inizialmente il film viene accolto freddamente dal pubblico e dalla critica, ma ben presto diventa, anche per il pubblico e per i registi internazionali, una nuova via dell´arte cinematografica, grazie al nuovo stile con cui vengono trattati temi di contenuto umano, che riesce a trasformare le immagini spoglie della realtà in elementi di tragedia. Sempre con lo stesso stile esce nelle sale cinematografiche Paisà (1947), che rappresenta il suo capolavoro ed esprime le condizioni dell´Italia martoriata dall´avanzare della guerra. Del 1948 è Germania, anno zero, che narra la crisi dei valori umani nella Germania del dopoguerra. La rivoluzione imposta dal nuovo stile di Rossellini si esprime, oltre che nei contenuti, anche nel modo di muoversi all´interno delle strutture cinematografiche, riuscendo così a conquistarsi la libertà di potersi esprimere senza condizionamenti. Dal 1948 al 1954 Rossellini attraversa una fase diversa nella creazione delle sue opere, e decisamente meno brillante della prima. Di questi anni ricordiamo: Amore, La macchina ammazzacattivi, Stromboli, terra di Dio, Europa ´51 e Dov´è la libertà.
Con Viaggio in Italia e La paura (entrambi del 1954) trova la sua maturità artistica, che sarà anche un riferimento per la futura Nouvelle Vague.
Durante un lungo viaggio in India nel 1957, Rossellini si sposa con Sonali Das Gupta e raccoglie molto materiale con il quale nel 1960 realizzerà il film India e diverse trasmissioni televisive.
Nei primi anni ´60 torna a narrare temi legati alla resistenza, con Il generale Della Rovere (1959), Era notte a Roma (1960) e Viva l´Italia (1961).
Dal 1965 si dedica ad opere televisive molto interessanti, quali Storia del ferro (1965), La presa del potere di Luigi XIV (1967) e Gli atti degli apostoli (1969).
Se prima si era dedicato alla cronaca, ora si dedica alla storia. Anche con queste opere televisive Rossellini segna una rivoluzione, andando oltre i canoni informativi e televisivi dell´epoca. Rossellini è stato un regista complesso e a volte contraddittorio, autore di alcuni dei film più importanti del cinema contemporaneo. E´ sicuramente la figura di maggior spicco del cinema italiano postbellico, soprattutto per la lezione di stile che ha impartito a generazioni di registi.
Muore il 3 Giugno del 1977.
Rispetto alla sua espressione artistica, ci lascia questa testimonianza: “Gli ingredienti sono sempre quelli, il mondo e gli uomini. C´è un mondo che appartiene alla fantasia e uno che appartiene alla realtà: quello del documento, del neorealismo. E mi riferisco in questo caso proprio alla realtà più piatta, più polverosa, più umile. Perché per me la ricerca dell´umiltà è la cosa più importante, specie se ci si vuole dare un´etica, se si vuol raggiungere una certa morale”.

Il generale Della Rovere
Vittorio De Sica
 
 
 

 
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