ANCR - Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza
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La strada pił lunga
1965, di Nelo Risi

Regia: Nelo Risi; tratto dal racconto “Il voltagabbana” di Davide Lajolo; riduzione televisiva: Fabio Carpi e Nelo Risi; ambientazione e costumi: Elio Costanzi; musiche: Daniele Paris; interpreti: Gian Maria Volontè (Michele), Graziella Galvani (Carla), Augusto Mastrantoni (zio Augusto), Giampiero Albertini (“Ferro”), Ernesto Colli (il “Cit”), Carlo Enrici (Ortelli), Evar Maran (il camionista), Teresa Ricci (Lena), Lallo Berardengo, Alberto Cipellini, Umberto Boella, Angelo Pepino, Giuseppe Arnaud, Marilena Diale, trasmesso: mercoledì 24 novembre 1965, ore 21,15 sul secondo programma della Rai tv, nella serie “Racconti italiani della Resistenza” a cura di Raffaele La Capria.

Il film
Michele ha combattuto in Etiopia, Spagna, Albania, Grecia. Dopo l´8 settembre ritorna a casa: è sempre stato fascista, ha creduto nelle cause per cui ha lottato, ma ora è stanco. La guerra tuttavia non è finita, anzi si è inasprita. I suoi camerati lo vogliono ancora con loro, ma questa Repubblica Sociale, un tempo vagheggiata, che ora giunge imposta dalle armi delle SS non lo convince. Michele rifiuta di tornare con i fascisti, ma la situazione non permette di restare neutrali. È giunto il momento delle scelte. Michele prende contatto con i partigiani, riesce a superarne la diffidenza. Alla fine ne abbraccia gli ideali e si unisce a loro sulle montagne.

L´unico film che abbia tentato un dialogo resistenziale con quelli che stavano dalla parte sbagliata, puntando in qualche modo - ma diversamente da quanto fece Turolla in La mano sul fucile - sulla ricomposizione del disssidio fra italiani, è stato La strada più lunga tratto da Nelo Risi dal romanzo Il voltagabbana di Lajolo. Mentre nel contesto globale dei Racconti italiani della Resistenza diffusi dalla nostra televisione, questa storia integra equamente il panorama resistenziale, a Cuneo è giunta invece come una ennesima variazione sui ritornelli marxistiscanditi con aperto didascalicismo. Ma, come dicevamo, è stata la sola opera tesa al dialogo tra vincitori e vinti e al recupero di questi ultimi nella società nuova nata dalla resistenza. Questo aspetto, per quanto parzialmente trattato, ha motivato sia la presenza, sia il premio speciale conferito dalla giuria “per i valori educativi di una crisi personale tenuta fuori da schemi avventurosi, espressi con un mezzo di grande divulgazione quale è il film televisivo”.
Marco Bongioanni

Da Il voltagabbana di Davide Lajolo, Nelo Risi ha tratto il soggetto del suo La strada più lunga, un originale televisivo inserito in un ridotto ciclo di racconti sceneggiati trasmessi dalla TV italiana a celebrazione del ventennale della Resistenza. Anche qui l´anti eroe, seppur sotto una luce per noi italiani più spietata. Uno dei molti che hanno passato gli anni migliori al fronte, lontano da casa, e con l´impegno di obbedire ad un dovere. Dopo la lotta e le sanguinose esperienze, un ritorno che non significa pace né ricostruzione, ma angosciosa presa di coscienza di fronte alla tragedia dell´8 settembre. Seppur nel limitativo arco di un racconto su commissione, Risi ha nondimeno sviluppato con dolorosa passione il tema centrale rimasto integro nel passaggio dalla pagina al piccolo schermo: il corruccio rabbioso del protagonista che non si vuole arrendere all´evidenza dello sfacelo completo di una ideologia in cui aveva onestamente creduto e, poi, la lenta, contrastata decisione di “passare” razionalmente dall´altra parte. Fidando anche in un Volonté misurato ed estraneo a modi tradizionali, Risi ha saputo dare giusta rilevanza ad un personaggio che se è protagonista di una vicenda privata, è però insieme coro della stessa e, quindi, collegamento di un fitto intreccio di appunti e sottolineature tendenti opportunamente a dilatare gli eventi oltre il caso personale per un più concreto e responsabile dialogo con la grande massa dei telespettatori.
Claudio Bertieri

Il regista
Nelo Risi nasce a Milano nel 1920. Laureato in medicina, non eserciterà mai la professione, preferendo ad essa l´attività di poeta, di regista (come il fratello Dino) e di documentarista. Dopo l´esperienza del fronte russo e l´internamento in Svizzera, soggiorna per lunghi periodi a Parigi e in Africa, e nel 1955 si trasferisce a Roma. L´esordio come poeta avviene subito dopo la guerra, nel 1948, con i versi de L´esperienza, a cui seguirà nel 1956 Polso teso, e negli anni successivi molte altre opere nelle quali si ritrova sempre, in maniera costante, la tensione di questo autore alla verità, ad una volontà di denuncia che si caratterizza in primo luogo come impegno politico. L´avvicinamento al cinema avviene verso i trent´anni, con una fruttuosa collaborazione col gruppo di lavoro stabilito a Parigi da Richard Leacock e John Ferno. Il suo primo cortometraggio, Ritorno nella valle (1949), dà l´avvio ad una fortunata serie di film brevi, corto o mediometraggi di carattere didattico, in cui Risi fornisce la prova di uno spiccato talento descrittivo. Tra di essi emergono: Il delitto Matteotti (1956), Enrico Fermi (1956), Un fiume di luce (1956), Pompei urbanistica (1957), Lettere dal Sud (1957), La memoria del futuro (1958), I fratelli Rosselli (1959), Elettricità romantica (1961), La Firenze di Pratolini (1963).
Autore anche di programmi educativi per le scuole americane e dei ritratti risorgimentali della serie TV Patria mia (1961), esordisce nel cinema a soggetto con Le ragazze madri, episodio del film collettivo zavattiniano Le italiane e l´amore (1961), modellato sulla falsa riga delle sue prove precedenti. Dopo il film per la TV La strada più lunga,(1965), da un romanzo di Davide Lajolo, Risi affronta il lungometraggio con Andremo in città (1966), un dramma bellico che rappresenta uno dei più promettenti esordi del decennio. La promessa è mantenuta con Diario di una schizofrenica (1968), capolavoro di rara penetrazione psicologica, che può essere considerato un riferimento di alto livello per accostarsi allo studio della schizofrenia: opera più matura e personale dell´autore segnalata e premiata dalla critica italiana ed internazionale, è la minuziosa ed impietosa cronaca analitica, condotta sul filo di uno psicodramma freudiano, della malattia e della lenta guarigione di un´adolescente colpita da una grave forma di regressione mentale per carenza affettiva e racconta scientificamente un caso clinico (penetra, anzi, all´interno dell´analisi) con un linguaggio di poesia. Ha girato successivamente Ondata di calore (1970), Una stagione all´inferno (1971), in cui racconta la vita di Rimbaud, e La colonna infame (1973) da Manzoni.
Abbandonato il cinema, ha realizzato da allora esclusivamente film televisivi: Le città del mondo (1975), La traversata (1976), Nossignore (1976) e Idillio-L´infinito di Giacomo Leopardi (1978). Nel 1988 torna al cinema con Un amore di donna.
Da segnalare infine, l´esperimento teatrale Lo studente di lingue ovvero punto finale a un pianeta infernale (Guanda, Parma, 1978).

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